Pace Album dedicato a Rachel Corrie foto lettera di mons. Bowman a Bush manif. Roma foto art.1 ripudio della guerra

 

Circolo Metropolis

Guerra, pace, pacifismo

 

Condividiamo appieno le motivazioni che hanno spinto il Comitato per la Pace a costituirsi e che qui sono state esposte dal suo rappresentante.

Noi vorremmo soffermarci su alcuni aspetti specifici del tema in discussione e ribadire la necessità di non limitarsi ad un appello generico alla pace, ma di diventare noi stessi “operatori di pace”, sostenendo fattivamente il movimento pacifista.

 

All’interno del nostro circolo le ragioni del no alla guerra sono diversificate. C’è chi ripudia la guerra perché essa calpesta i valori di giustizia, umanità e solidarietà tra i popoli, ma c’è anche chi rifiuta questa guerra perché la ritiene priva di qualsiasi giustificazione etica e giuridica e oltremodo pericolosa nel suo intento – ormai manifesto - di ridisegnare con la forza delle armi il quadro geopolitico mondiale. Di certo però non c’è nessuno tra noi che voglia “demolire le biblioteche, combattere il moralismo, il femminismo e tutti i vigliacchi” né, tanto meno, “glorificare la guerra, unica igiene del mondo, il militarismo, il patriottismo” come proclamava nel 1909 il futurista Marinetti, avanguardia culturale del fascismo prossimo a venire. Noi facciamo piuttosto parte di quella compagine di “smidollati” cui Céline, scrittore francese filo-nazista, processato per collaborazionismo alla fine della II guerra mondiale, avrebbe volentieri “fracassato il cranio ed estratto le viscere dallo stomaco” per punirli della loro oltraggiosa vigliaccheria.

L’idea della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali non appartiene al patrimonio della sinistra, che, di fatto, si è sempre mostrata molto combattuta e divisa di fronte alle scelte che si è trovata ad affrontare, a partire dalla guerra di Libia e dalla I guerra mondiale, fino alle più recenti guerre del Golfo e del Kossovo. Al nostro patrimonio appartengono invece lo sciopero degli operai Fiat del 5 marzo 1943 contro la guerra, in pieno regime fascista, che è considerato l’inizio della fine del regime, e le marce degli anni ’60 e ’70 contro la guerra del Vietnam. Per questo ci sembra incomprensibile e strumentale l’indignazione del nostro Presidente del Consiglio quando nota che insieme alle bandiere della pace sfilano quelle rosse, mostrando una sostanziale ignoranza della storia della sinistra e della Storia in generale.

Il movimento pacifista attuale, di cui ci sentiamo pienamente parte, incarna valori universali e abbraccia fedi politiche e religiose diverse; di fronte ad una guerra che divide e che rischia di creare uno scontro insanabile tra civiltà, il pacifismo unisce il mondo.

Ma questo movimento rivela un altro volto inedito: per la prima volta nella storia si incontrano non solo sul piano teorico, ma sulle piazze, l’umanesimo cristiano, l’umanesimo laico-progressista e l’umanesimo marxista. Questo incontro noi crediamo sia destinato a fare nascere una nuova sensibilità e una nuova coscienza, un mondo diverso in cui la parola guerra sarà finalmente un tabù.

 

Da più parti si cerca di demonizzare il movimento pacifista accusandolo di essere anti-americano e filo-iracheno.La definizione così grossolanamente formulata è da respingere tout-court, ma contiene indubbiamente una parte di verità che sarebbe stupido voler negare. La verità è che il movimento non è contro l’America, ma contro l’amministrazione Bush che rappresenta solo una parte, per giunta non maggioritaria, del suo stesso paese. Noi non siamo con Bush, che riteniamo pericoloso per la pace nel mondo, siamo invece con i milioni di persone che manifestano in questi giorni nelle città americane, sfidando la tradizionale indifferenza del cittadino medio verso le problematiche sociali e umane; siamo con i familiari delle vittime dell’11 settembre che si sono subito dissociate dalla guerra di aggressione di Bush, lanciando lo slogan: “NOT IN MY NAME”; siamo con Gore Vidal, con Noam Chomsky con migliaia di intellettuali, premi Nobel, scrittori, cineasti di fama mondiale, che già dall’epoca dell’attacco contro l’Afghanistan avevano denunciato al mondo intero la deriva autoritaria che l’emergenza terrorismo introduceva in America, fino alla teorizzazione della guerra preventiva.

 

Costoro rappresentano per noi l’America, essi sono la coscienza  di un Paese che, attraverso un’elezione dagli aspetti alquanto oscuri, ha affidato le proprie sorti a una banda di affaristi legata allo sfruttamento delle risorse petrolifere irachene e al business dell’after-war. (Un esempio per tutti: gli interessi del vice-presidente Cheney negli appalti per la bonifica dei pozzi petroliferi).

Ma se è vero che non siamo con Bush e con il tipo di America che rappresenta, altrettanto vero è che non siamo con Saddam, responsabile dello sterminio di migliaia di Curdi nel Nord del paese e della repressione cruenta degli oppositori del regime. Non siamo dalla parte di Saddam, come non siamo mai stati, né mai saremo dalla parte di un dittatore, ma siamo dalla parte del popolo iracheno, vittima due volte: prima di una feroce dittatura e poi della guerra.

Siamo con la famiglia sterminata in posto di blocco dall’esercito americano, siamo con i vecchi e i bambini dilaniati dalle bombe cadute sul mercato di Baghdad. Siamo con una popolazione civile ingiustamente “colpita e terrorizzata” (secondo la felice definizione data da Bush all’operazione in Iraq), che sta pagando un prezzo di vittime inammissibile nell’era degli “interventi chirurgici” e delle “bombe intelligenti”. Una popolazione già decimata dalla prima guerra del Golfo, in cui morirono in solo anno 32.195 bambini, 39.612 donne e 86.164 civili maschi per un totale di 160.000 vittime, e dall’embargo imposto dagli Stati Uniti che ha prodotto in Iraq il più alto tasso di mortalità infantile nel mondo (ca.60.000 vittime ogni anno, solo tra i bambini!)

 

Questa guerra non sta solo facendo strage di vite umane, sta anche distruggendo la fiducia nelle istituzioni soprannazionali come l’ONU e l’Unione Europea, nel diritto internazionale, nella possibilità di pacifica convivenza tra storie, culture e religioni diverse.

E questo non è che il primo passo. La Consigliera per la Sicurezza USA, Condoleeza Rice, ha infatti dichiarato che, per rendere più sicura la posizione di Israele in Medio Oriente, oltre all’Iraq bisogna “spianare anche la Siria e l’Iran”. Se ciò che la signora Rice dice è vero, la guerra all’Iraq non solo non risolverà il conflitto, ma ne aprirà un altro a livello planetario. Destabilizzerà i paesi arabo-musulmani filo-occidentali, esaspererà le masse islamiche e fomenterà il terrorismo internazionale. Cioè, esattamente quello che si voleva ottenere con l’attacco contro le Torri Gemelle.

 

In un momento così buio per la storia dell’umanità, il movimento pacifista rappresenta davvero, come ricordava il Pontefice, la coscienza del mondo e non ascoltarlo o cercare di demonizzarlo significa rendersi complici di un crimine di cui si sarà responsabili di fronte a Dio e alla Storia.

Per questo riteniamo particolarmente grave la posizione di servile acquiescenza del governo italiano nei confronti degli Stati Uniti; ancor più deprechiamo l’atteggiamento di chi ha lanciato, in modo strumentale, accuse feroci contro il movimento pacifista.

 

Di fronte a tutte le guerre, ma soprattutto di fronte ad una guerra così evidentemente ingiusta e aggressiva, crediamo sia miope e mortificante giudicare in termini di contrapposizioni ideologiche. Perciò auspichiamo che, riguardo alle richieste avanzate dal Comitato, alle quali ci uniamo, il Consiglio Comunale possa esprimere un parere autonomo, non dettato da motivazioni di opportunismo politico, ma frutto di una sentita scelta di coscienza.

 

Chiediamo altresì che il testo degli interventi che saranno tenuti in questa sede venga acquisito agli atti e raccolto in un fascicolo apposito, in modo analogo a quanto viene annualmente fatto per il Consiglio Comunale aperto del 21 marzo in memoria delle vittime della mafia.

 

 

 

 

 

Circolo Metropolis Castellammare                                                            lì, 03.04.0